Si suol dire che le bugie abbiano le gambe corte. Ma alcune bugie, come quelle dei valletti impenitenti dell'imperialismo russo, le hanno cortissime. E tra i valletti ritroviamo personaggi squalificati ma utili per tutte le stagioni come Jeffrey Sachs, consulente economico di Eltsin. Essi ripetono fino alla noia che l'Occidente combinato ha corrotto il popolo, l'establishment e l'esercito ucraini versando 5 miliardi di dollari e distribuendo biscotti, bibite e panini. Orbene, la controparte russa, messa di fronte a un caso di forza maggiore che minava la sicurezza nazionale, avrebbe dovuto versarne 10 o 15 per assicurarsi la neutralità di Kiev. La grana, di certo, non gli difettava e non gli difetta: quanta ne hanno sperperata i suoi oligarchi nel calcio o in magnaccerie varie? La controparte poteva almeno provarci, ma si è guardata bene dal farlo. Senza contare l'opzione di un intervento militare nel pieno delle proteste di Maidan, alla maniera di Krusciov e Breznev. Né soldi, né carri armati: Putin si è limitato ad annettere la penisola di Crimea. Circola con insistenza la voce secondo cui trasformare l'Ucraina nell'Antirussia sia un progetto atlantista risalente al lontano 1953. Ma, se le cose stanno così, come mai Clinton, nel 1994, accettò di togliere le armi nucleari e convenzionali che avrebbero reso l'Ucraina un'autentica piazzaforte inattaccabile?
Si opina che l'operazione, nel suo complesso, mirasse a smantellare la Federazione Russa e a depredare le immense risorse siberiane. Ma, se così fosse, come mai il tracotante Occidente combinato che tanto atterriva Giulietto Chiesa e atterrisce Giorgio Bianchi non sferrò il colpo di grazia negli anni Novanta? All'epoca, Europa e America passavano le giornate al capezzale del colosso debilitato, praticando trasfusioni di moneta pregiata. Kohl, il teutonico cattivo, ricopriva Mosca di marchi sonanti, aiutando persino migliaia di Ivan rimasti disoccupati in seguito alla smobilitazione dell'Armata Rossa nella defunta DDR. Nessuno voleva che la Russia collassasse per poi azzannarla alla gola, succhiarne il petrolio e spolparne i tesori minerari. E poi, allo zio Sam, di certo non mancano le ricchezze del sottosuolo: controlla l'intero emisfero occidentale, si fa servire e riverire dalla papessa bolivariana Delcy Rodríguez, mentre i danesi gli consegnano la Groenlandia su un vassoio d'argento. Dunque, qual era lo scopo di quel golpe e della successiva minaccia esistenziale portata con sconsiderata avventatezza a una potenza nucleare quasi sull'uscio di casa? Follia, senso di onnipotenza? Mah. Io ne dubito molto. Ora qualcuno vorrebbe farci credere che i saggi e pragmatici americani ammettano candidamente la sconfitta e acquisiscano – da perdenti! – quei vantaggi che avrebbero potuto benissimo ottenere nel 2014, proponendo un partenariato speciale a Mosca anziché bruciare miliardi, uomini e mezzi militari per ben dodici anni?
E Putin canta vittoria dopo aver sacrificato centinaia di migliaia di soldati e messo fuori combattimento migliaia tra blindati, tank e aerei? Ma chi ci crede? La realtà è che la versione filorussa e MAGA non regge a un'attenta e onesta prova dei fatti. Il vero bersaglio dell'operazione era l'Europa, segnatamente la Germania. L'idillio Trump-Putin lo dimostra in maniera irrefutabile. L'orso e l'aquila non vedevano l'ora di sbranare l'eterna Valchiria “nazista”, che aveva adoperato furbescamente la NATO per tagliare le unghie ai serbi nei Balcani e assicurarsi lecitamente una zona cuscinetto a oriente; aspettavano l'occasione propizia per ridimensionarne l'industria, che conquistava i mercati mondiali, inguaiava la bilancia commerciale di Washington e attraeva manodopera slava, rendendo prosperi e sicuri molti negletti ex satelliti moscoviti.
E la prossima della lista è la Cina (Xi non si faccia illusioni sulla nuova Yalta ed eviti di intrupparsi nel fronte antieuropeo). Credo che la verità sia più vicina a questa mia modesta ricostruzione che alle opposte propagande che impazzano e si scontrano da diverso tempo.

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