Guardiamo alla realtà effettuale della cosa, come suggerisce l'inascoltato Segretario fiorentino, e non alle narrative fantasy, avvincenti ma in definitiva fasulle e contraddittorie.
La situazione internazionale, Cina a parte, riecheggia quella del 1914, perché le ferree leggi della geografia sbeffeggiano sonoramente le ideologie, le forme di governo, gli scrupoli umanitari delle anime belle e le previsioni sgangherate di analisti che non analizzano un tubo. In primo luogo, l'Iran e la Russia, da un lato, e gli Usa e Israele, dall'altro, agiscono di conserva per compromettere le economie di Cina e Germania. E questi ultimi sono i due maggiori concorrenti dell'Egemone, non il fantomatico Sud Globale, formuletta di rara scimunitaggine coniata in quell'operosa fucina di idiozie e depistaggi che è il terzomondismo. In secondo luogo, l'Iran è allineato con il cosiddetto Grande Satana angloebraico. Sissignore, Iran e Israele condividono un avversario comune: la Turchia.
In terzo luogo, è cosa saggia e giusta inquadrare correttamente la nuova alleanza sunnita, senza liquidarla in modo sbrigativo come una NATO islamica: Turchia, Arabia Saudita e Pakistan sono accomunati dal partenariato che li lega alla Cina e alla Germania.
Il consolidato vincolo che unisce la Turchia alla Germania sul piano militare, industriale e d'intelligence viene spesso obliato o snobbato. L'Arabia Saudita ha beneficiato di enormi investimenti cinesi, turchi e tedeschi. Ecco spiegato perché gli USA la stanno lasciando in balia dell'Iran e dei suoi proxy dal missile facile. Il Pakistan intrattiene una stretta collaborazione industrial e militare con la Turchia ed è il principale partner economico e militare di Pechino. Non è un caso se Islamabad ha condannato duramente i recenti attacchi all'aeroporto di Riad condotti dagli Houthi, ultima genia di guerriglieri in ciabatte che fa vibrare il corazon ai terzomondisti. La Turchia, oggi come nel “mondo di ieri” rievocato da Stefan Zweig, ossia l'ordine precedente alla Grande Guerra, è una mano tedesca proiettata nei tesori energetici del Vicino Oriente: ricordate la ferrovia Berlino-Baghdad dei primi del Novecento?
Anche l'Italia, potenzialmente, è una mano tedesca protesa nel Mediterraneo e nel Nordafrica.
I tedeschi lo sanno meglio degli italiani. Ecco perché non hanno partecipato al misfatto libico, voluto da Albione, dagli USA e dall'inquilino dell'Eliseo più filorusso e sionista di sempre: Nicolas Sarkozy. L'apparato produttivo tedesco dà fastidio ad Usa, Inghilterra e Francia. Quest'ultima, occorre sottolinearlo, usufruisce in maniera sfacciata del gas di Putin, finanziando fattivamente le campagne militari del Cremlino che a parole dice di condannare.
Il sequestro francese di alcune petroliere battenti bandiera russa è tutta scena: la Francia, buffonate sulla grandeur a parte, è “alleato” russo-americano per eccellenza.
Quanto all'Inghilterra, l'arrivo al potere di Farage o di qualche altro “sovranista” sconfesserà la narrativa MAGA nostrana che identifica in Londra l'insidiosa testa del serpente “globalista”.
Nel Vicino Oriente Israele, fondamentalmente, tiene a cuccia i turchi e a distanza i tedeschi e gli italiani. I russi no. Non hanno bisogno del petrolio, sulla Palestina ripetono le banalità degne di un Tajani (“Due popoli, due Stati”) e a Tartus mantengono tuttora la loro brava base navale, che tornerà utile alla coalizione Epstein nella prossima crociata antiturca. Coalizione di cui Mosca farà parte. Tornando alla paradossale comunanza d'intenti che avvicina il Grande Satana e l'Iran, essa vanta dei precedenti storici. Tanto per cominciare, il clamoroso scandalo Iran-Contras. Ma il più macroscopico fu l'attacco all'Iraq nazionalsocialista di Saddam, altro soggetto tendenzialmente legato all'Europa e a Berlino. Saddam voleva prezzare in euro il proprio petrolio e mal gliene incolse. E poi ricordiamo che le milizie sciite iraniane furono organizzate in Iraq con l'avallo della Forza Multinazionale promossa dagli Usa.
Per non parlare della genesi del regime di Teheran. Dov'era ubicato il mitico Ayatollah Khomeini negli anni Settanta? Ma a Parigi, nella capitale mondiale della sovversione, come un Toni Negri e un Corrado Simioni qualsiasi. Chi si occupò di addestrare ed equipaggiare i rivoluzionari islamisti dell'Iran? Il fesso Arafat, in West Bank e nei campi in Giordania e Sud del Libano.
Chi pagò? Certi opachi apparati italiani riconducibili al piduista Licio Gelli, il quale rastrellò denari in Cile, Argentina e Uruguay. Capite che lo iato fra realtà e apparenza, fra narrazione del teatrino multipolare e verità fattuale è ormai incolmabile e insostenibile? A mantenere questo iato contribuiscono i fuorviamenti degli apparati di intelligence, la superficialità di una controinformazione che, come al solito, non è meno mendace del mainstream, i preconcetti e la partigianeria di non pochi commentatori, nonché le idiosincrasie e l'antiamericanismo di pancia di noi spettatori. Un antiamericanismo che si nutre di bagattelle umanitarie, di una rilettura frettolosa e moralistica della storia contemporanea e del ricorso frequente a episodi come il genocidio dei nativi, le atomiche sul Giappone e via banalizzando.
Un siffatto antiamericanismo ottunde lo spirito critico e getta la migliore gioventù e le teste più brillanti fra le braccia di qualsiasi pisquano finga di litigare con l'Egemone.
L'Iran fa la voce grossa, ma intanto ha cessato di attaccare Tel Aviv e intensifica i bombardamenti sulle infrastrutture e gli asset petroliferi sauditi, importantissimi per un Vecchio Continente che voglia sottrarsi al ricatto energetico russo-americano.
Pertanto vi invito a osservare i rapporti di forza e le dinamiche reali e a lasciar stare le narrazioni astratte. La realtà – per tornare a Machiavelli – va studiata così com'è, non come dovrebbe essere o come vorremmo che fosse.
La situazione internazionale, Cina a parte, riecheggia quella del 1914, perché le ferree leggi della geografia sbeffeggiano sonoramente le ideologie, le forme di governo, gli scrupoli umanitari delle anime belle e le previsioni sgangherate di analisti che non analizzano un tubo. In primo luogo, l'Iran e la Russia, da un lato, e gli Usa e Israele, dall'altro, agiscono di conserva per compromettere le economie di Cina e Germania. E questi ultimi sono i due maggiori concorrenti dell'Egemone, non il fantomatico Sud Globale, formuletta di rara scimunitaggine coniata in quell'operosa fucina di idiozie e depistaggi che è il terzomondismo. In secondo luogo, l'Iran è allineato con il cosiddetto Grande Satana angloebraico. Sissignore, Iran e Israele condividono un avversario comune: la Turchia.
In terzo luogo, è cosa saggia e giusta inquadrare correttamente la nuova alleanza sunnita, senza liquidarla in modo sbrigativo come una NATO islamica: Turchia, Arabia Saudita e Pakistan sono accomunati dal partenariato che li lega alla Cina e alla Germania.
Il consolidato vincolo che unisce la Turchia alla Germania sul piano militare, industriale e d'intelligence viene spesso obliato o snobbato. L'Arabia Saudita ha beneficiato di enormi investimenti cinesi, turchi e tedeschi. Ecco spiegato perché gli USA la stanno lasciando in balia dell'Iran e dei suoi proxy dal missile facile. Il Pakistan intrattiene una stretta collaborazione industrial e militare con la Turchia ed è il principale partner economico e militare di Pechino. Non è un caso se Islamabad ha condannato duramente i recenti attacchi all'aeroporto di Riad condotti dagli Houthi, ultima genia di guerriglieri in ciabatte che fa vibrare il corazon ai terzomondisti. La Turchia, oggi come nel “mondo di ieri” rievocato da Stefan Zweig, ossia l'ordine precedente alla Grande Guerra, è una mano tedesca proiettata nei tesori energetici del Vicino Oriente: ricordate la ferrovia Berlino-Baghdad dei primi del Novecento?
Anche l'Italia, potenzialmente, è una mano tedesca protesa nel Mediterraneo e nel Nordafrica.
I tedeschi lo sanno meglio degli italiani. Ecco perché non hanno partecipato al misfatto libico, voluto da Albione, dagli USA e dall'inquilino dell'Eliseo più filorusso e sionista di sempre: Nicolas Sarkozy. L'apparato produttivo tedesco dà fastidio ad Usa, Inghilterra e Francia. Quest'ultima, occorre sottolinearlo, usufruisce in maniera sfacciata del gas di Putin, finanziando fattivamente le campagne militari del Cremlino che a parole dice di condannare.
Il sequestro francese di alcune petroliere battenti bandiera russa è tutta scena: la Francia, buffonate sulla grandeur a parte, è “alleato” russo-americano per eccellenza.
Quanto all'Inghilterra, l'arrivo al potere di Farage o di qualche altro “sovranista” sconfesserà la narrativa MAGA nostrana che identifica in Londra l'insidiosa testa del serpente “globalista”.
Nel Vicino Oriente Israele, fondamentalmente, tiene a cuccia i turchi e a distanza i tedeschi e gli italiani. I russi no. Non hanno bisogno del petrolio, sulla Palestina ripetono le banalità degne di un Tajani (“Due popoli, due Stati”) e a Tartus mantengono tuttora la loro brava base navale, che tornerà utile alla coalizione Epstein nella prossima crociata antiturca. Coalizione di cui Mosca farà parte. Tornando alla paradossale comunanza d'intenti che avvicina il Grande Satana e l'Iran, essa vanta dei precedenti storici. Tanto per cominciare, il clamoroso scandalo Iran-Contras. Ma il più macroscopico fu l'attacco all'Iraq nazionalsocialista di Saddam, altro soggetto tendenzialmente legato all'Europa e a Berlino. Saddam voleva prezzare in euro il proprio petrolio e mal gliene incolse. E poi ricordiamo che le milizie sciite iraniane furono organizzate in Iraq con l'avallo della Forza Multinazionale promossa dagli Usa.
Per non parlare della genesi del regime di Teheran. Dov'era ubicato il mitico Ayatollah Khomeini negli anni Settanta? Ma a Parigi, nella capitale mondiale della sovversione, come un Toni Negri e un Corrado Simioni qualsiasi. Chi si occupò di addestrare ed equipaggiare i rivoluzionari islamisti dell'Iran? Il fesso Arafat, in West Bank e nei campi in Giordania e Sud del Libano.
Chi pagò? Certi opachi apparati italiani riconducibili al piduista Licio Gelli, il quale rastrellò denari in Cile, Argentina e Uruguay. Capite che lo iato fra realtà e apparenza, fra narrazione del teatrino multipolare e verità fattuale è ormai incolmabile e insostenibile? A mantenere questo iato contribuiscono i fuorviamenti degli apparati di intelligence, la superficialità di una controinformazione che, come al solito, non è meno mendace del mainstream, i preconcetti e la partigianeria di non pochi commentatori, nonché le idiosincrasie e l'antiamericanismo di pancia di noi spettatori. Un antiamericanismo che si nutre di bagattelle umanitarie, di una rilettura frettolosa e moralistica della storia contemporanea e del ricorso frequente a episodi come il genocidio dei nativi, le atomiche sul Giappone e via banalizzando.
Un siffatto antiamericanismo ottunde lo spirito critico e getta la migliore gioventù e le teste più brillanti fra le braccia di qualsiasi pisquano finga di litigare con l'Egemone.
L'Iran fa la voce grossa, ma intanto ha cessato di attaccare Tel Aviv e intensifica i bombardamenti sulle infrastrutture e gli asset petroliferi sauditi, importantissimi per un Vecchio Continente che voglia sottrarsi al ricatto energetico russo-americano.
Pertanto vi invito a osservare i rapporti di forza e le dinamiche reali e a lasciar stare le narrazioni astratte. La realtà – per tornare a Machiavelli – va studiata così com'è, non come dovrebbe essere o come vorremmo che fosse.
PS. Come già ricordava John Kleeves, da molti controinformatori citato ma da pochi veramente compreso, la Germania si attesta su un livello di servilismo assai più contenuto rispetto all'Italia. E invece lettori ed esegeti distratti di Kleeves, che nel 2003 iniziava a diffidare di Putin, individuano in Berlino il servo perfetto di Washington, l'irresponsabile che scherza col fuoco nucleare dell'arsenale moscovita, il folle pronto a incediare per la terza volta in un secolo (frottola propagandistica smentita pure dalla pubblicistica anglosassone, si legga
I sonnambuli di Christopher Clark) il continente. Motivo? Ha osato sfidare la Russia, l'incudine di ogni strategia del martello anglosassone, il feticcio intoccabile di ogni controinformatore e pivello antisistema.