Bergoglio e Prevost sono i papi ideali per traghettare la Chiesa cattolica dall'ordinata decadenza alla distruzione controllata. Confrontarsi con pontefici del genere era il sogno mostruosamente proibito della setta evangelica. Ora vedono realizzati i loro desideri inconfessabili e si godono lo spettacolo della corbellatura universale della religione-spettacolo, del cattolicesimo-varietà. Bergoglio e Prevost corrispondono all'idealtipo del vescovo di Roma caro agli evangelici. Mentre il papa “buono”, tanto caro alle sinistre – quello che faceva discorsi lunari sotto la luna – conservava la simpatia e il fascino del curato della bergamasca, Bergoglio e Prevost paiono usciti da un provino di un telefilm hollywoodiano.
In effetti sembra di vedere due validi caratteristi americani in azione, nell'atto di interpretare il ruolo della loro vita, quello del papa, grazie al quale potranno ambire a un Oscar. Il risultato, per autori e produttori (e sapete a chi mi riferisco), è strabiliante. Mai si erano visti papi così innocui e vanamente queruli, buffoneschi, corrivi, impacciati nel maneggiare la mondanità, artefici di una rinnovazione che fa rima con sconsacrazione. Leone XIV, che della regalità leonina insita nel nome non ha nemmeno l'ombra, è l'ultimo di una lunga fila di papocchi dissacratori, succedutisi nell'arco di sessant'anni. Siamo alle prese con un pontefice che mette a nudo la propria sofferta umanità o con l'ennesimo reality show teso alla sconsacrazione deliberata, compulsiva? Io propendo per la seconda ipotesi. Leone occupa il tempo a spifferare le minuzie sul decorso della propria malattia, sulla degenza ospedaliera e sulle tenerezze a lui riservate dal personale infermieristico. Qui la mente corre al vip che intasca il gettone televisivo e alza l'audience a colpi di lacrime e pianti, mettendo in piazza aspetti del proprio intimo, malanni e acciacchi.
È una melensa via crucis nosocomiale in un periodo tesissimo in cui la cristianità e il mondo intero toccano con mano le tribolazioni dei conflitti, delle persecuzioni e della crisi economica. Ma c'è da contemplare anche la via crucis collettiva di una comunità religiosa prossima al dissolvimento, dilaniata da lotte intestine e dalla fuga precipitosa del gregge sudamericano. Un cattolicesimo in liquidazione, insomma, che subisce gli scherni e gli sputi dei suoi storici aguzzini ai quattro angoli del mondo.
E Prevost è l'uomo sbagliato nel posto sbagliato, o forse, per i nemici della Chiesa, l'uomo giusto al posto giusto. Non è Padre Pio che ostenta le stigmate o Giovanni Paolo II che si trascina a stento sul soglio petrino, in un'imitatio Christi della Passione, no. Al massimo è Al Bano che va in Tv a esporre amorazzi e miserie del proprio clan pugliese. Siamo al livello dell'orrido catodico, ove si scoprono gli altarini delle celebrity, gli splendori e le miserie della gente che piace: se la primogenita del divo tal dei tali ha figliato, se il ministro pornomane di alcune ere geologiche fa ha tirato le cuoia, se il figlio dell'ex campione di calcio ha felicemente superato il vizietto di sniffare a bestia. Insomma, un attorucolo che fa il verso al papa, benedice un blocco di ghiaccio (“Ego te baptizoooooouuu”, esclamava solenne col suo inconfondibile accento inglese) e ci informa con dovizia di particolari sul proprio stato di salute: “Ho un nodulo al polmone”, annuncia quasi festante dal balcone al termine della preghiera dell'Angelus.
In effetti sembra di vedere due validi caratteristi americani in azione, nell'atto di interpretare il ruolo della loro vita, quello del papa, grazie al quale potranno ambire a un Oscar. Il risultato, per autori e produttori (e sapete a chi mi riferisco), è strabiliante. Mai si erano visti papi così innocui e vanamente queruli, buffoneschi, corrivi, impacciati nel maneggiare la mondanità, artefici di una rinnovazione che fa rima con sconsacrazione. Leone XIV, che della regalità leonina insita nel nome non ha nemmeno l'ombra, è l'ultimo di una lunga fila di papocchi dissacratori, succedutisi nell'arco di sessant'anni. Siamo alle prese con un pontefice che mette a nudo la propria sofferta umanità o con l'ennesimo reality show teso alla sconsacrazione deliberata, compulsiva? Io propendo per la seconda ipotesi. Leone occupa il tempo a spifferare le minuzie sul decorso della propria malattia, sulla degenza ospedaliera e sulle tenerezze a lui riservate dal personale infermieristico. Qui la mente corre al vip che intasca il gettone televisivo e alza l'audience a colpi di lacrime e pianti, mettendo in piazza aspetti del proprio intimo, malanni e acciacchi.
È una melensa via crucis nosocomiale in un periodo tesissimo in cui la cristianità e il mondo intero toccano con mano le tribolazioni dei conflitti, delle persecuzioni e della crisi economica. Ma c'è da contemplare anche la via crucis collettiva di una comunità religiosa prossima al dissolvimento, dilaniata da lotte intestine e dalla fuga precipitosa del gregge sudamericano. Un cattolicesimo in liquidazione, insomma, che subisce gli scherni e gli sputi dei suoi storici aguzzini ai quattro angoli del mondo.
E Prevost è l'uomo sbagliato nel posto sbagliato, o forse, per i nemici della Chiesa, l'uomo giusto al posto giusto. Non è Padre Pio che ostenta le stigmate o Giovanni Paolo II che si trascina a stento sul soglio petrino, in un'imitatio Christi della Passione, no. Al massimo è Al Bano che va in Tv a esporre amorazzi e miserie del proprio clan pugliese. Siamo al livello dell'orrido catodico, ove si scoprono gli altarini delle celebrity, gli splendori e le miserie della gente che piace: se la primogenita del divo tal dei tali ha figliato, se il ministro pornomane di alcune ere geologiche fa ha tirato le cuoia, se il figlio dell'ex campione di calcio ha felicemente superato il vizietto di sniffare a bestia. Insomma, un attorucolo che fa il verso al papa, benedice un blocco di ghiaccio (“Ego te baptizoooooouuu”, esclamava solenne col suo inconfondibile accento inglese) e ci informa con dovizia di particolari sul proprio stato di salute: “Ho un nodulo al polmone”, annuncia quasi festante dal balcone al termine della preghiera dell'Angelus.
Ma poteva trattarsi anche di una proditoria emorroide, di una dolorosa cisti ai testicoli, di un fastidioso callo sotto l'anulare del piede destro. Il Santo Padre non dimentichi di renderci edotti sul sua immacolata regolarità intestinale. E la prossima volta, Santo Padre, osi di più, si scateni! Se il suo predecessore ha sdoganato un demone primitivo della selva amazzonica, Ella, per deliziare i cattolici adulti e stupire parrucconi, benpensanti e antisemiti, potrebbe benedire una torta gelato o una confezione di Guttalax. Perché rifiutare la Grazia a una Viennetta? Dopotutto, chi siamo noi per giudicare? I tormentati preti di campagna di Bernanos venivano tampinati da Satana. Oggi Bergoglio e Prevost suonerebbero alla porta del Maligno, ci prenderebbero il caffè e il vermouth, lo perdonerebbero. E poi, subito dopo, convocherebbero l'ufficio stampa vaticano per far sapere che il Bene ha abbaiato fin troppo alle porte del Male, che occorre capire le ragioni del signor Diavolo. Del resto, Francesco I non si è intrattenuto in modo deliziosamente salottiero con vari decrepiti libertini del calibro di Emma Bonino, Eugenio Scalfari e Marco Pannella? Non li ha forse gratificati, omaggiati, incoraggiati, forse anche benedetti? E allora avanti così! Scaviamo nel fondo del pozzo, inanelliamo ulteriori record negativi, aggiungiamo nuove figure alla galleria delle caricature buoniste. Tutto questo significa svilire l'Alto Magistero, adattarlo alle forme ciarlatanesche e modaiole dell'impegno sociale, degradarlo al patetismo da sala d'aspetto, dove i pazienti malandati si compiangono a vicenda ed esibiscono le rispettive infermità come imperscrutabili segni di predestinazione o come patacche all'onor militare. Sono i buoni sentimenti che volano a bassa quota, al livello infimo del pecoreccio, come per l'appunto le celebrità che hanno ballato una sola estate e lacrimano a contratto in favor di telecamera, svelando in maniera invereconda l'alcova e il focolare, la propria cittadella interiore. Duole ammettere che i pontefici rappresentano i portabandiera di quella società della spudoratezza che ha violato i confini del ritegno e abolito ogni freno inibitorio, ove persino il Santo Padre sente l'urgenza di abbassarsi al livello della soubrette bionda tormentata dal rimorso perché pensava al figlio in ospedale mentre si faceva sbattere dal maestro di Zumba. L'insensibilità, l'indifferenza e lo sfruttamento intensivo delle debolezze individuali e della volgarità umana, che sono la cifra del settimanale scandalistico, hanno rotto gli argini e le delimitazioni e hanno tracimato ovunque, spazzando via le sacrosante remore, gli antichi
limes, sciupando tesori inestimabili di riserbo, sradicando la discrezione e rovinando irreparabilmente la cultura del silenzio, rendendoci tutti un po' peggiori: narcisi pettegoli ridicolmente presenzialisti, fastidiosamente loquaci, benevolmente pieni di sé.