Sono comprensibili i mal di pancia provocati dalla sconfitta dei repubblicani alle elezioni di midterm, con l'onda blu meticcia e democratica, gonfiatasi fino a oscurare quella arancione del ciuffo presidenziale e a portare alla ribalta il primo senatore musulmano nella storia del Congresso. È più che motivata la stizza di chi teme di ritrovarsi in un Occidente al sapore di kebab; ma l'America, piaccia o no, è questa, uno stravagante animale in continua evoluzione, in perenne metamorfosi. Non è mai stato il faro della conservazione, né il fiore all'occhiello del passatismo. Chi conosce quel Paese sa che all'americano piace guardare avanti. E no, a guardare avanti non è sempre e soltanto la sparuta minoranza chiassosa di nullafacenti sussidiati dalla mano pubblica, propugnatrice di diritti immaginari. È comodo immaginare che le cose stiano così, ma non è vero. Molti di essi sono persone oneste, che lavorano, che producono, che innovano, che talvolta soffrono i disagi di guerre e ingerenze infinite, che studiano nuove soluzioni – non sempre corrette e condivisibili, per carità – per risolvere i problemi del cittadino contribuente.
Chi ha creduto che lo scontro fosse fra misoneisti e fanatici paladini dei diritti dell'uomo-albero ha commesso una topica clamorosa: ha preso un gigantesco granchio sociologico. O i nostalgici degli anni Cinquanta e Ottanta se lo mettono in testa, oppure andranno incontro a nuovi fraintendimenti, destinati a tradursi in cocenti disfatte elettorali. Trump esprime un segmento degli USA; smettiamola di pensare che incarni la parte maggioritaria, silenziosa e – moralisticamente – migliore del Paese. Anche perché laggiù le maggioranze, silenti o ciarliere, si squagliano in fretta: gli americani, in genere, sono poco inclini alla stabilità, si stancano presto e voltano pagina di frequente. E meno male: un sistema di quel genere, se non si muove, finisce per ingessarsi e perire. Oltretutto, le minoranze rumorose di contestatori, in più di un frangente, hanno salvato la reputazione e la tenuta del Sistema America: hanno agito come quei panchinari che entrano a partita in corso e decidono la gara. No, cari lettori: i sovranisti di quaggiù, insieme alle verità sacrosante sugli eccessi del woke, ci hanno propinato anche un sacco di fregnacce dottrinarie. Ma quale redde rationem fra globalisti e patrioti! Da un lato ci sono gli Stati Uniti d'America, una grande nazione multietnica e multiculturale che crede nel moto perpetuo del progresso, nell'ineluttabile palingenesi dei costumi (sì, anche dei diritti civili), nella crescita economica.
Chi ha creduto che lo scontro fosse fra misoneisti e fanatici paladini dei diritti dell'uomo-albero ha commesso una topica clamorosa: ha preso un gigantesco granchio sociologico. O i nostalgici degli anni Cinquanta e Ottanta se lo mettono in testa, oppure andranno incontro a nuovi fraintendimenti, destinati a tradursi in cocenti disfatte elettorali. Trump esprime un segmento degli USA; smettiamola di pensare che incarni la parte maggioritaria, silenziosa e – moralisticamente – migliore del Paese. Anche perché laggiù le maggioranze, silenti o ciarliere, si squagliano in fretta: gli americani, in genere, sono poco inclini alla stabilità, si stancano presto e voltano pagina di frequente. E meno male: un sistema di quel genere, se non si muove, finisce per ingessarsi e perire. Oltretutto, le minoranze rumorose di contestatori, in più di un frangente, hanno salvato la reputazione e la tenuta del Sistema America: hanno agito come quei panchinari che entrano a partita in corso e decidono la gara. No, cari lettori: i sovranisti di quaggiù, insieme alle verità sacrosante sugli eccessi del woke, ci hanno propinato anche un sacco di fregnacce dottrinarie. Ma quale redde rationem fra globalisti e patrioti! Da un lato ci sono gli Stati Uniti d'America, una grande nazione multietnica e multiculturale che crede nel moto perpetuo del progresso, nell'ineluttabile palingenesi dei costumi (sì, anche dei diritti civili), nella crescita economica.
Dall'altro i suoi storditi ultrà sparsi per il pianeta, che vorrebbero riportarla ai favolosi anni Cinquanta del secolo scorso, a un'epoca leggendaria che forse è esistita, forse no: famigliole bianche e bionde, presidenti con l'acconciatura da
marine e maniere da tipi di provincia un po' cafoni, da puttanieri che odorano di bourbon e sigarette. Un eden fatto di Levittown, candida vaginale, drive-in, diner, codice Hays e apartheid a macchia di leopardo. Un eden che, ci riferiscono, sarebbe andato perduto a causa del Parastato gramsciano (non chiedetemi il significato di questa formuletta divenuta popolare), di Soros e del socialismo caramelloso che marciava non sulle baionette, ma sui Tampax di orde di tribadi femministe. Sovranisti sì; revenant, stile A volte ritornano di Stephen King, anche no. Vorrebbero fossilizzare l'America, dicevo, ma fino a un certo punto, perché i sogni di codesti eccentrici restauratori volano sulle ali cibernetiche dei techno-ricchioni Thiel e Musk, i maghi del Bene che cercano di imporre la rivoluzione transumana “buona”, gli evangelisti dell'Intelligenza Artificiale. Dunque, alla fin della fiera, anche i restauratori guardano all'altro lato della forza, all'America come esperimento avveniristico e faustiano. Forse pure troppo. Ora, ciascuno a casa propria fa come gli pare. Io sono del parere che il sistema americano, così come è riuscito ad assorbire i barbari di ieri – afroamericani e latini –, bene o male riuscirà ad assorbire anche i musulmani e i nuovi barbari d'oggi. Se non vogliamo imitarli, basta allentare o recidere il legame simbiotico che ci lega alla società d'oltreoceano, senza il bisogno di fabbricarci realtà alternative o parallele.