Sareste disposti a farvi coprire le spalle da un compagno d'armi come Carlo Calenda?
Io, personalmente, no; preferirei evitare che l'incolumità della mia pellaccia dipenda da un tipo simile. Il fatto che gli sviluppi degli ultimi anni mi abbiano indotto a spostarmi su posizioni antirusse non significa che condivida la linea del segretario di Azione.
Innanzitutto, il sostantivo “azione” mal si addice a questo pariolino coi fiocchi, recentemente svincolatosi da una pinguedine che ne restituiva un'immagine pacioccona e accomodante, lui che è alquanto viperino. Oggi, semmai, somiglia a quei centurioni che stazionano vicino al Colosseo e si guadagnano la piotta scattando selfie insieme ai turisti.
Il termine Azione, poi, riporta alla mente le croci frecciate e gli elmetti d'acciaio, di certo non il profilo da quirite della decadenza di sor Carletto, più a suo agio nei panni di coatto verdoniano. Difficilmente Roma Capitale, metropoli-museo parassitario-burocratica, sentina di stornellatori, professionisti dell'intrigo, palazzinari e pretacchioni, caotica senz'essere dinamica, può esprimere materiale umano pugnace e inflessibile. Mi dispiace, ma su questo punto tocca dare ragione a Rommel, che nel suo diario diffida di quel covo levantino di sicofanti e doppiogiochisti. Calenda è un altro che, per dirla alla romana, fa scena.
Un ottimo attore mancato che si fa tatuare l'emblema nazionale ucraino sull'avambraccio; uno che, insieme a quella caricatura da commedia dialettale napoletana che è la Pina Picierno, bulleggia i sabotatori nei salotti televisivi, dà la caccia alle quinte colonne russe.
E poi sembra quasi che stia per intimare «Tacete: il nemico vi ascolta.»
Sì, certo: i Tartari alle porte della fortezza Bastiani, le liste di proscrizione.
Ma nella sostanza si tratta di una performance di provetti simulatori, una pièce vernacolare recitata sopra le righe. La politica romana è tutto un felliniano teatrino della Barafonda nel quale si alternano frizzi, lazzi, lepidezze e volgarità. Un romano che parla e si comporta come Carletto non lo si può prendere sul serio: nemmeno lui crede a ciò che dice e fa.
È la romanitas di Trilussa e Gioacchino Belli che si ripresenta, proprio come i bucatini indigesti: la romanitas del pessimismo arruffone, della mentalità trasformistica, dell'intrallazzo cinico presentato come arte di arrangiarsi, dell'accordo al ribasso servito come sofferto pragmatismo spicciolo. Anche perché, in ballo, non ci sono la libertà e l'autodeterminazione di Kiev, come ripetono sor Carletto, la gnura Pina e i loro accoliti, ma il mercato comune europeo con l'export miliardario, e l'interdipendenza economica con la Germania: cose che, sotto sotto, a Carletto non vanno mica giù. Come non va giù ai veri liquidatori (altro che i cinesi) dell'automotive italiana, i rampolli degli Agnelli e degli Elkann, che con Carletto hanno vissuto gli anni felici della Jeunesse dorée. Ditemi quello che volete, ma io Carletto non ce lo vedo nei panni del repubblichino del 2000. Secondo me sarebbe uno dei primi badogliani a imboccare la strada per Brindisi. Ma non voglio intentare un processo al personaggio Calenda, perché il problema non è lui, bensì, come insiste Federico Dezzani, la “questione romana”.
Io, personalmente, no; preferirei evitare che l'incolumità della mia pellaccia dipenda da un tipo simile. Il fatto che gli sviluppi degli ultimi anni mi abbiano indotto a spostarmi su posizioni antirusse non significa che condivida la linea del segretario di Azione.
Innanzitutto, il sostantivo “azione” mal si addice a questo pariolino coi fiocchi, recentemente svincolatosi da una pinguedine che ne restituiva un'immagine pacioccona e accomodante, lui che è alquanto viperino. Oggi, semmai, somiglia a quei centurioni che stazionano vicino al Colosseo e si guadagnano la piotta scattando selfie insieme ai turisti.
Il termine Azione, poi, riporta alla mente le croci frecciate e gli elmetti d'acciaio, di certo non il profilo da quirite della decadenza di sor Carletto, più a suo agio nei panni di coatto verdoniano. Difficilmente Roma Capitale, metropoli-museo parassitario-burocratica, sentina di stornellatori, professionisti dell'intrigo, palazzinari e pretacchioni, caotica senz'essere dinamica, può esprimere materiale umano pugnace e inflessibile. Mi dispiace, ma su questo punto tocca dare ragione a Rommel, che nel suo diario diffida di quel covo levantino di sicofanti e doppiogiochisti. Calenda è un altro che, per dirla alla romana, fa scena.
Un ottimo attore mancato che si fa tatuare l'emblema nazionale ucraino sull'avambraccio; uno che, insieme a quella caricatura da commedia dialettale napoletana che è la Pina Picierno, bulleggia i sabotatori nei salotti televisivi, dà la caccia alle quinte colonne russe.
E poi sembra quasi che stia per intimare «Tacete: il nemico vi ascolta.»
Sì, certo: i Tartari alle porte della fortezza Bastiani, le liste di proscrizione.
Ma nella sostanza si tratta di una performance di provetti simulatori, una pièce vernacolare recitata sopra le righe. La politica romana è tutto un felliniano teatrino della Barafonda nel quale si alternano frizzi, lazzi, lepidezze e volgarità. Un romano che parla e si comporta come Carletto non lo si può prendere sul serio: nemmeno lui crede a ciò che dice e fa.
È la romanitas di Trilussa e Gioacchino Belli che si ripresenta, proprio come i bucatini indigesti: la romanitas del pessimismo arruffone, della mentalità trasformistica, dell'intrallazzo cinico presentato come arte di arrangiarsi, dell'accordo al ribasso servito come sofferto pragmatismo spicciolo. Anche perché, in ballo, non ci sono la libertà e l'autodeterminazione di Kiev, come ripetono sor Carletto, la gnura Pina e i loro accoliti, ma il mercato comune europeo con l'export miliardario, e l'interdipendenza economica con la Germania: cose che, sotto sotto, a Carletto non vanno mica giù. Come non va giù ai veri liquidatori (altro che i cinesi) dell'automotive italiana, i rampolli degli Agnelli e degli Elkann, che con Carletto hanno vissuto gli anni felici della Jeunesse dorée. Ditemi quello che volete, ma io Carletto non ce lo vedo nei panni del repubblichino del 2000. Secondo me sarebbe uno dei primi badogliani a imboccare la strada per Brindisi. Ma non voglio intentare un processo al personaggio Calenda, perché il problema non è lui, bensì, come insiste Federico Dezzani, la “questione romana”.
Quest'ultima è, a sua volta, un sottocapitolo dell'irrisolta questione meridionale, che, come ricordava John Kleeves, rende l'Italia una volpe in trappola, con una zampa – il Mezzogiorno – ormai compromessa, spezzata dalle ganasce della tagliola americana. Il settentrione produttivo guarda ormai al Nord Europa mentre il meridione arranca, perso nell'abbraccio mortale anglo-russo-israeliano. Roma, la città fatale dello sfascio eterno, con la sua inafferrabile antropologia, ora fosca, ora ridanciana. I capitolini sono autoreferenziali, pressappochisti, prepotenti nelle minuterie. In loro ritrovo ogni singolo difetto dei miei consimili meridionali, ma nessuno dei loro pregi. Inutile affrontare Roma con gravità e rigore, incaponirsi a studiarla, sforzarsi di interpretarne una profondità che non possiede. Roma è una Wildiana sfinge priva di segreti, attorno alla quale razzolano branchi di cinghiali, e Calenda è il figlio di tale abiezione endemica. E il fatto che si lascino cause giuste e nobili – e il contenimento della Russia antieuropea e talmudica di Putin per me è una causa sacrosanta – nelle mani di tali elementi sconclusionati e inaffidabili deve incutere paura e indurre al sospetto.