Essendo di Napoli, succede che sono oberato di richieste di un articolo sulla vicenda della Taverna di Santa Chiara, dove la ristoratrice filopalestinese avrebbe espulso una famiglia israeliana dal proprio locale dopo un'accesa discussione.
Il fatto, in sé, in un paese normale si chiuderebbe nelle aule designate dalla legge che, in tal senso, è di una chiarezza cristallina: per nessuna ragione, il titolare di un'attività può espellere qualcuno in virtù della sua etnia, della sua nazionalità e delle sue opinioni politiche, a meno di non esporsi ad una serie di rischi che vanno da una salatissima multa fino alla revoca della licenza. D'altra parte, se la controparte israeliana ha iniziato ad assumere atteggiamenti molesti, che la proprietaria del ristorante la accompagnasse all'uscio era suo diritto e dovere. Come siano effettivamente andate le cose, non lo sapremo mai. Non avendo - io almeno - accesso a prove documentali e testimoniali che provino i fatti al di là di ogni ragionevole dubbio, se ne occuperà la magistratura e dunque non resta che aspettare che "la giustizia faccia il suo corso" come retoricamente si dice in questi casi.
Ma è da un po' che, da queste pagine, abbiamo lanciato il filone di come i media cerchino di patologizzare - come già fatto per esempio anche con i cosiddetti "femminicidi" - meri fatti di cronaca che il diritto è capacissimo di liquidare da solo, senza lasciarli in pasto agli avvoltoi della cronaca.
Una delle cose che sorprende molto delle persone che hanno avuto modo di conoscere sia il Franco Marino commentatore dei fatti di attualità che il Francesco della vita reale e della continuità che c'è tra le due dimensioni, è che io dal vivo sia di pochissime parole e tenda ad estraniarmi dalle conversazioni e dalle discussioni, limitandomi casomai a qualche piccolo intervento, con toni che gli appassionati di calcio definirebbero "zemaniani". La ragione è semplicissima: sul web io non scrivo per farmi degli amici ma per trovarmi dei lettori e se i miei spazi, dal 2003 ad oggi, hanno avuto un certo successo, questo è dovuto al fatto che io ho opinioni molto nette e polarizzate su alcune cose. Ma dal vivo le cose cambiano.
Quando si è con parenti, amici, o anche conoscenti, la persona sana di mente sa che le conversazioni su un qualsiasi tema non sono un ring simile a Piazzapulita, Ballarò, Porta a Porta o roba simile, ma un pretesto per stare insieme. Quando mio cognato, per esempio, si mette a parlare di politica, novantanove cose su cento che escono dalla sua bocca sono stronzate. E non è colpa sua. Semplicemente fa un mestiere, quello dell'OSS, che prevede qualità che indubbiamente possiede - saper avere a che fare con anziani e malati - e non richiede, almeno per il momento, che chi lo pratica abbia letto il Capitale di Marx e gli accordi di Minsk. La persona di buonsenso lo sa e lo lascia sfogarsi consapevole che, dopo aver eiaculato il piacere psicofisico di aver narcisisticamente sbrodolato il proprio inutile punto di vista, la ragione tornerà a farsi strada nella sua testa. Così si pone una questione: anche supponendo, come poi del resto spesso è, che i vostri interlocutori dicano una massa di scemenze - dal momento che nel 99% dei casi nessuno ha i mezzi per farsi un'idea propria - vi interessa prevalere su di loro facendoli passare per scemi e perdere un'amicizia magari con persone che, a parte pensarla diversamente da voi, non solo non vi hanno fatto alcun male ma magari vi sono state anche vicine, oppure tacere per quieto vivere e far finta di nulla?
La persona sana di mente preferisce quest'ultima ipotesi. E' chiaro che se si capita in un tavolo con un signor nessuno che inizia a sbracare fesserie, l'istinto di mettere il troglodita a figura di pupù prenderebbe anche lo Zeman che è in me. Ma cosa accadrebbe se lo sbrodolatore fosse il medico che opererà vostro figlio facendovi risparmiare molto? O il grande amico che è comunista ma vi è stato vicino in momenti difficilissimi?
Esiste, in sintesi, una soglia oltre la quale dire ciò che si pensa su un tema non è né necessario né opportuno. Non perché si debba avere paura di qualcuno ma perché di fronte alla prospettiva di commentare un fatto ci si deve fare una domanda: io cosa ci guadagno? E soprattutto, che utilità porto al dibattito? E ancora: io che credibilità ho per poter esprimermi su qualcosa?
E invece i media hanno convinto tutti quanti che il proprio parere è utile, soprattutto se espresso con le logiche tipiche dei commandi ultrà delle tifoserie, perché è solo questo furore che poi porta la gente a comprare i libri dei tanti capi ultrà dell'una e dell'altra fazione oppure a votare un determinato partito nella prospettiva, spesso illusoria, che possa influire sul tema o che il tema stesso sia determinate per i propri interessi.
Così, quando la ristoratrice della Taverna Santa Chiara - volendo escludere l'ipotesi complottistica che la titolare (in una fase storica molto calda in tal senso) volesse farsi pubblicità gratis e diventare un punto di riferimento per i filopalestinesi che a questo punto, anche se si vedessero servite polpette di cacca condite con piscio in agrodolce direbbero che sono piatti prelibatissimi - decide di buttare fuori la famiglia israeliana, lo fa perché qualcuno l'ha convinta che fosse giusto farlo, anche a costo di rinunciare ai soldi di clienti che, invece di abbozzare e di consumare le proprie vivande fottendosene dell'ostessa invasata, hanno iniziato a tacciarla di antisemitismo, contribuendo alla caciara.
Ecco, questo meccanismo si ripete, giornalmente, attraverso gli schiamazzi dei guatteri che nei fondaci dei social ma anche nelle tavolate dove il beota medio, ripropongono gli schemi tossici di media il cui obiettivo non è fare informazione ma produrre militanza. L'ha scritto anche Selvaggia Lucarelli: "Finalmente una ristoratrice che non si limita a servire piatti ma prende anche posizioni". Come se il compito di un ristoratore non fosse quello di vendere ma di diventare una sorta di dependance di una sede di partito. E indipendentemente da questo, in che modo, cacciare uno che ha la sola colpa di essere della "nazione sbagliata" risolve il conflitto? E ovviamente la domanda va fatta anche alla controparte: in che modo tacciare di antisemitismo la proprietaria del ristorante porterà alla pace tra israeliani e palestinesi? Nessuno sa spiegarlo.
Quello che invece bisognerebbe spiegare è che l'inganno odierno dei media è far credere che l'opinione di Gennaro Esposito e della casalinga di Voghera siano molto più utili del lavoro dello storico onesto, del giornalista che va sul campo e si informa, i quali sanno benissimo che la questione israelo-palestinese - dove alla diatriba meramente territoriale si accompagna quella, complessissima, su base religiosa - è così complessa, che non si possono applicare le logiche del tifo, tanto più che tu dal tuo ristorantino di Napoli non puoi sapere l'angoscia che prova l'israeliano nel dover combattere un nemico come Hamas che nega, dichiaratamente, il suo diritto di esistere oppure il palestinese onesto e perbene che ha parenti a Gaza ed è giustamente e comprensibilmente sconcertato per ciò che sta facendo Netanyahu.
Una cosa bellissima sarebbe stata che la ristoratrice e la famiglia israeliana unissero le proprie bandiere in un abbraccio con la scritta "pace".
Ma la cosa non sarebbe piaciuta ai media, che per poter vendere, prosperare, proliferare, hanno bisogno di creare battaglie immaginarie contro nemici inesistenti, proprio come quelle case farmaceutiche che, non avendo interesse a guarire né a far morire un paziente, trovano più redditizio tenerlo in agonia.
Il fatto, in sé, in un paese normale si chiuderebbe nelle aule designate dalla legge che, in tal senso, è di una chiarezza cristallina: per nessuna ragione, il titolare di un'attività può espellere qualcuno in virtù della sua etnia, della sua nazionalità e delle sue opinioni politiche, a meno di non esporsi ad una serie di rischi che vanno da una salatissima multa fino alla revoca della licenza. D'altra parte, se la controparte israeliana ha iniziato ad assumere atteggiamenti molesti, che la proprietaria del ristorante la accompagnasse all'uscio era suo diritto e dovere. Come siano effettivamente andate le cose, non lo sapremo mai. Non avendo - io almeno - accesso a prove documentali e testimoniali che provino i fatti al di là di ogni ragionevole dubbio, se ne occuperà la magistratura e dunque non resta che aspettare che "la giustizia faccia il suo corso" come retoricamente si dice in questi casi.
Ma è da un po' che, da queste pagine, abbiamo lanciato il filone di come i media cerchino di patologizzare - come già fatto per esempio anche con i cosiddetti "femminicidi" - meri fatti di cronaca che il diritto è capacissimo di liquidare da solo, senza lasciarli in pasto agli avvoltoi della cronaca.
Una delle cose che sorprende molto delle persone che hanno avuto modo di conoscere sia il Franco Marino commentatore dei fatti di attualità che il Francesco della vita reale e della continuità che c'è tra le due dimensioni, è che io dal vivo sia di pochissime parole e tenda ad estraniarmi dalle conversazioni e dalle discussioni, limitandomi casomai a qualche piccolo intervento, con toni che gli appassionati di calcio definirebbero "zemaniani". La ragione è semplicissima: sul web io non scrivo per farmi degli amici ma per trovarmi dei lettori e se i miei spazi, dal 2003 ad oggi, hanno avuto un certo successo, questo è dovuto al fatto che io ho opinioni molto nette e polarizzate su alcune cose. Ma dal vivo le cose cambiano.
Quando si è con parenti, amici, o anche conoscenti, la persona sana di mente sa che le conversazioni su un qualsiasi tema non sono un ring simile a Piazzapulita, Ballarò, Porta a Porta o roba simile, ma un pretesto per stare insieme. Quando mio cognato, per esempio, si mette a parlare di politica, novantanove cose su cento che escono dalla sua bocca sono stronzate. E non è colpa sua. Semplicemente fa un mestiere, quello dell'OSS, che prevede qualità che indubbiamente possiede - saper avere a che fare con anziani e malati - e non richiede, almeno per il momento, che chi lo pratica abbia letto il Capitale di Marx e gli accordi di Minsk. La persona di buonsenso lo sa e lo lascia sfogarsi consapevole che, dopo aver eiaculato il piacere psicofisico di aver narcisisticamente sbrodolato il proprio inutile punto di vista, la ragione tornerà a farsi strada nella sua testa. Così si pone una questione: anche supponendo, come poi del resto spesso è, che i vostri interlocutori dicano una massa di scemenze - dal momento che nel 99% dei casi nessuno ha i mezzi per farsi un'idea propria - vi interessa prevalere su di loro facendoli passare per scemi e perdere un'amicizia magari con persone che, a parte pensarla diversamente da voi, non solo non vi hanno fatto alcun male ma magari vi sono state anche vicine, oppure tacere per quieto vivere e far finta di nulla?
La persona sana di mente preferisce quest'ultima ipotesi. E' chiaro che se si capita in un tavolo con un signor nessuno che inizia a sbracare fesserie, l'istinto di mettere il troglodita a figura di pupù prenderebbe anche lo Zeman che è in me. Ma cosa accadrebbe se lo sbrodolatore fosse il medico che opererà vostro figlio facendovi risparmiare molto? O il grande amico che è comunista ma vi è stato vicino in momenti difficilissimi?
Esiste, in sintesi, una soglia oltre la quale dire ciò che si pensa su un tema non è né necessario né opportuno. Non perché si debba avere paura di qualcuno ma perché di fronte alla prospettiva di commentare un fatto ci si deve fare una domanda: io cosa ci guadagno? E soprattutto, che utilità porto al dibattito? E ancora: io che credibilità ho per poter esprimermi su qualcosa?
E invece i media hanno convinto tutti quanti che il proprio parere è utile, soprattutto se espresso con le logiche tipiche dei commandi ultrà delle tifoserie, perché è solo questo furore che poi porta la gente a comprare i libri dei tanti capi ultrà dell'una e dell'altra fazione oppure a votare un determinato partito nella prospettiva, spesso illusoria, che possa influire sul tema o che il tema stesso sia determinate per i propri interessi.
Così, quando la ristoratrice della Taverna Santa Chiara - volendo escludere l'ipotesi complottistica che la titolare (in una fase storica molto calda in tal senso) volesse farsi pubblicità gratis e diventare un punto di riferimento per i filopalestinesi che a questo punto, anche se si vedessero servite polpette di cacca condite con piscio in agrodolce direbbero che sono piatti prelibatissimi - decide di buttare fuori la famiglia israeliana, lo fa perché qualcuno l'ha convinta che fosse giusto farlo, anche a costo di rinunciare ai soldi di clienti che, invece di abbozzare e di consumare le proprie vivande fottendosene dell'ostessa invasata, hanno iniziato a tacciarla di antisemitismo, contribuendo alla caciara.
Ecco, questo meccanismo si ripete, giornalmente, attraverso gli schiamazzi dei guatteri che nei fondaci dei social ma anche nelle tavolate dove il beota medio, ripropongono gli schemi tossici di media il cui obiettivo non è fare informazione ma produrre militanza. L'ha scritto anche Selvaggia Lucarelli: "Finalmente una ristoratrice che non si limita a servire piatti ma prende anche posizioni". Come se il compito di un ristoratore non fosse quello di vendere ma di diventare una sorta di dependance di una sede di partito. E indipendentemente da questo, in che modo, cacciare uno che ha la sola colpa di essere della "nazione sbagliata" risolve il conflitto? E ovviamente la domanda va fatta anche alla controparte: in che modo tacciare di antisemitismo la proprietaria del ristorante porterà alla pace tra israeliani e palestinesi? Nessuno sa spiegarlo.
Quello che invece bisognerebbe spiegare è che l'inganno odierno dei media è far credere che l'opinione di Gennaro Esposito e della casalinga di Voghera siano molto più utili del lavoro dello storico onesto, del giornalista che va sul campo e si informa, i quali sanno benissimo che la questione israelo-palestinese - dove alla diatriba meramente territoriale si accompagna quella, complessissima, su base religiosa - è così complessa, che non si possono applicare le logiche del tifo, tanto più che tu dal tuo ristorantino di Napoli non puoi sapere l'angoscia che prova l'israeliano nel dover combattere un nemico come Hamas che nega, dichiaratamente, il suo diritto di esistere oppure il palestinese onesto e perbene che ha parenti a Gaza ed è giustamente e comprensibilmente sconcertato per ciò che sta facendo Netanyahu.
Una cosa bellissima sarebbe stata che la ristoratrice e la famiglia israeliana unissero le proprie bandiere in un abbraccio con la scritta "pace".
Ma la cosa non sarebbe piaciuta ai media, che per poter vendere, prosperare, proliferare, hanno bisogno di creare battaglie immaginarie contro nemici inesistenti, proprio come quelle case farmaceutiche che, non avendo interesse a guarire né a far morire un paziente, trovano più redditizio tenerlo in agonia.
Sia la ristoratrice che la famiglia israeliana sono vittime di una truffa che non è mirata a risolvere un problema ma a prolungarlo, incarognendo la gente l'una contro l'altra. E questo schema è, ormai, la prassi del dibattito odierno.
Franco Marino
Se ti è piaciuto questo articolo, sostienici con un like o un commento all'articolo all'interno di questo spazio e condividendolo sui social.