Festeggiare l'ottantesimo anniversario dello sbarco degli Alleati in Normandia dà la misura del disagio del cittadino europeo medio. Ed è innanzitutto un disagio che imperversa a sinistra, nella sinistra che si è identificata col Potere, che si è calcificata nel Sistema, la parte politica attaccatissima alla leggenda della Resistenza partigiana e della Liberazione per opera della mitica V Armata, un'epopea glorificata da dozzine di pellicole fraudolente, benché di alto rango (intendiamoci, Novecento di Bernardo Bertolucci, non foss'altro che per la fotografia, vale dieci fetide commediucce prodotte con la collaborazione dell'Assessore al turismo della regione Puglia). Fu vera liberazione? Delle due l'una: o fu vera liberazione, e allora gli statunitensi dovrebbero permettere al Vecchio Continente, dopo 80 anni, di camminare con le proprie gambe, oppure si trattò di conquista e occupazione, e allora non c'è nulla da festeggiare e da ringraziare. Non esistono liberatori disinteressati, a est come a ovest. E poi, volendo essere egoisti, la mia famiglia (mio nonno paterno era un maresciallo fascistissimo, uno dei tanti socialisti poco più che adolescenti che nel 1919 seguirono Mussolini) avrebbe avuto tutto da guadagnare da una eventuale vittoria dell'Asse. Caduta la Cortina di ferro, l'occupazione americana dell'Europa, anziché cessare, si è incancrenita, e dal 1991 si è estesa anche ai paesi dell'est. Tale occupazione si avvale di strumenti assai sofisticati ed efficienti, e quindi insidiosi, e minaccia di degenerare, nella peggiore delle ipotesi, in un conflitto convenzionale o addirittura nucleare, con noi e i nostri cari a fungere da scudi umani, e nella migliore delle ipotesi in un sensibile impoverimento generale. Il contributo principale alla sconfitta del nazismo lo diede l'URSS, questo è fuori discussione. E ci sarebbe riuscita lo stesso, con maggiori sacrifici s'intende, anche senza i pompatissimi aiuti del Lend-Lease. Circolano cifre irrealistiche, con centinaia di migliaia di veicoli e pezzi di artiglieria. Una consimile mole di mezzi non li avevano neppure le truppe alleate di stanza in Europa. Inoltre un tale aiuto cozzerebbe con le decisioni di Roosevelt e del suo vice Truman, i quali affermarono papale papale che l'interesse di Washington era quello di far scannare il più possibile russi e tedeschi prima di mettere le scarpe sul suolo europeo. La Russia non era né disarmata né impreparata. Apriamo una breve ma opportuna digressione. Quello che chiamiamo “comunismo staliniano”, con i suoi crimini e il suo controllo ossessivo, era finalizzato a bruciare le tappe in modo da arrivare armati fino ai denti all'appuntamento fatale, dal momento che la Società delle nazioni andava in frantumi, la Germania era tornata più affamata che pria di Großraum e gli eventi incalzavano un po' ovunque, dall'Africa Equatoriale all'Estremo Oriente. Nel 1909, il Primo Ministro zarista Piotr Stolypin affermò: “Date allo stato vent’anni di pace interna ed esterna, e non riconoscerete più la Russia”. E aveva ragione. L'equilibrio spontaneo, lo sviluppo libero ed equilibrato di cui parla Hayek è possibile solo se una nazione dispone di tempo e di serenità. A Stalin, o a un ipotetico governo liberale russo, questo tempo mancava. Ribadisco, Mosca sarebbe riuscita ugualmente, anche da sola, a battere Berlino o quantomeno a indurla a una pace onorevole in seguito a un nulla di fatto sul campo, poiché già a partire dagli anni Trenta la maggior parte del complesso militare-industriale era stato collocato nei pressi dei monti Urali, lontanissimo dalla linea del fronte. E ogni kombinat riusciva a produrre anche più di 5000 T34 all'anno. E poi non dobbiamo trascurare il ruolo decisivo del gigante eurasiatico nel gioco delle alleanze, giacché l'esito delle guerre lo decidono le alleanza. Se ci pensiamo bene, con una Russia neutrale o, peggio, alleata della Germania, le due guerre mondiali avrebbero preso una piega diversa. Forse non avremmo avuto nemmeno il Secolo Americano, dato che una selva di scienziati (Einstein, von Neumann) e personalità della cultura e dello spettacolo confluirono negli States dall'Europa centro-orientale. Senza l'incudine russa, gli anglosassoni non avrebbero potuto schiacciare l'imperialismo germanico già nella Grande Guerra. Ricordiamo, en passant, che il trionfo più netto dell'Intesa porta la firma del generale russo Brusilov, pianificatore della misconosciuta offensiva (1916) che porta il suo nome. Tornando allo sbarco in Normandia, si trattò sostanzialmente di un clamoroso evento mediatico, celebrato da film di propaganda (ma si tratta pur sempre di spettacoli sontuosi e stimolanti, altro che i comici biasciconi nostrani) come Salvate il soldato Ryan. Un evento mediatico che ha avuto vasta risonanza, ma decisamente modesto dal punto di vista militare se paragonato alle colossali battaglie come quella di Kursk (1943), dove arrivarono a fronteggiarsi milioni di uomini e migliaia tra aerei, pezzi di artiglieria e mezzi corazzati. Inoltre nell'autunno-inverno del 1944, poche divisioni tedesche mal rifornite rifilarono un sonoro ceffone (Ardenne) alle forze alleate, per nulla imbattibili nelle guerre terrestri contro un nemico valido e motivato. Insomma, il D-Day servì a ipotecare una grossa fetta della torta tedesca prima che cadesse nelle fauci dell'orso russo, altro che liberazione. Ora, siccome se la cantano e se la suonano da secoli, vogliono riscrivere la storia a loro uso e consumo. Con la cantafera dell'Ucraina invasa, le rodomontate e i numeri gonfiati ad arte dai generali della Wehrmacht (le onde umane lanciate contro i panzer, le donne tedesche stuprate a milioni dai mongoli... come se loro non avessero commesso alcun crimine nei territori orientali occupati) transitati con gli angloamericani nonché i summenzionati aiuti “miracolosi” del Lend-Lease, cercano di togliere ogni merito non tanto ai bolscevichi, quanto ai sacrifici immensi sostenuti dai popoli sovietici.

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