La famigghia Mattarella, per gli amici The Mattarellas, ha un grosso problema con l’Entità che un tempo, a sentire ministri con l’accento palermitano e clericoni vari, neanche esisteva e non si poteva nominare, e che oggi è diventata il punching ball del regime italiota ottosettembrino. Al Presidente della Repubblica Sergio Mattarella il sostegno non manca, attorniato com’è da una minoranza animosa e casinara: hipster dalla barba lunga e dal giudizio corto ci tengono a far sapere di stare dalla sua parte. Il nostro può contare sulla gioventù belloccia che si crede élite perché ha fatto l’Erasmus a Lione e su un cospiscuo corpo di riservisti in là con gli anni e non ancora falcidiati dalla Grande Consolatrice, quei sessantottardi imborghesiti che “fanno rete” e mandano in tendenza l’hashtag ruffiano #iostoconMattarella. I media ostinati e adulatori celebrano nel presidentissimo cifotico il nonno d'Italia, la reificazione dell’inarrivabile nonno Libero-Lino Banfi, e lo immortalano mentre sfila tra due ali festanti di folla, distribuendo baci e benedizioni urbi et orbi. Un boss… pardon, un Capo dello Stato esemplare. L’eterno arcitaliano accondiscende e sta al gioco, magari in attesa di poterlo rinnegare (ha rinnegato di meglio) dopo averlo visto rotolare o penzolare. Niente di trascendentale, sono cresciuto benino in quel fetido acquario che è il totalitarismo flaccido instaurato nell'Italia occupata, dove il Presdelarep si chiama “garante”. Dunque, nonno Sergio, raccontami una faida… ops, volevo dire una fiaba. Narrami di quella volta che il consigliere comunale Piersanti Mattarella – proprio lui, l’angelicata buonanima di zio Piersanti, vittima dei sicari – nel 1970 votò per Vito Ciancimino, poi eletto alla carica di sindaco di Palermo. Già allora Don Vito si portava dietro una reputazione chiacchierata. Il suo nome compariva nelle relazioni della Commissione parlamentare antimafia e la sua elezione a sindaco fece scalpore: infatti dopo soli due mesi, il segretario della DC Arnaldo Forlani riuscì a costringerlo alle dimissioni, anche se, tra un cavillo e l'altro, riuscì a restare in carica ancora qualche mesetto. Ascolti i picciriddi, sig. Presidente, vuoti il sacco, si liberi del mostro che alberga in lei da troppi anni. L’ex guardasigilli Claudio Martelli, prima di smarrirsi dietro le gonnelle di una agente sorosiana, osava porsi domande scomode ed enunciare l'indicibile: "Nell' esercizio del potere, Piersanti Mattarella rivestì un ruolo di confine e di cerniera tra il lecito e l'illecito, forse sforzandosi di contenere la mafia, in qualche caso colludendo con essa". Il padre Bernando Mattarella fu uno dei leader storici della Dc siciliana e gran benefattore di Vito Ciancimino nei suoi esordi come imprenditore e politico. Nel 1970 Bernardo presiedeva la Commissione Difesa. Inoltre è stato sette volte ministro e vice-segretario della DC e nel 1943, come tanti notabili (Genco Russo, Calogero Vizzini ecc.) appartenenti a Cosa Nostra, fu designato dall'amministrazione militare alleata come assessore a Palermo. Martelli rincara la dose: "Secondo gli atti della commissione antimafia e secondo Pio La Torre, fu il leader politico che traghettò la mafia siciliana dal fascismo, dalla monarchia e dal separatismo, verso la Dc. Può darsi, come molti affermano, che il figlio Piersanti si sia riscattato da quella storia familiare e che per questo sia caduto". (La Repubblica, 17 marzo 1992). Ma tu guarda dove vanno a ficcare il nasino sti enfant terrible socialisti! Nonno Sergio si è sempre schermito goffamente da queste accuse e ha ribadito di non nascondere scheletri nell'armadio. Chi oserebbe contraddirlo? Lui ti fissa con lo sguardo penetrante della nottola di Minerva, ma l’attributo ha poco a che fare con l'intima essenza del personaggio, che è decisamente cupo e ipnotico, un incantatore uscito dal cinema espressionista tedesco, depositario di chissà quanti e quali arcani. D’altronde è siculo come il sottoscritto, un figlio di quell'isola un po' Averno e un po' Olimpo agrario, crocevia di poteri in lotta, castello dei destini incrociati e granaio elettorale degli scudi crociati. Nonno Sergio nasconde il suo lato tenebroso dietro l’apparenza di maggiordomo gibboso col carisma da animale impagliato, un morto che finge di essere vivo (o un vivo che finge di essere morto?), e lo finge benissimo, laconicamente, in maniera circospetta e coscienziosa. Ama fare il crisostomo, spargere tonnellate di roboante retorica democretina ed esalare aria fritta giuridica, il pane quotidiano di ogni sepolcro imbiancato che aspira a diventare presidente della Repubblica mafiosa e antifascista venuta alla luce in quel di Cassibile nel lontano 1943. Entità fuori dal tempo, Sergio è, insieme all’insaccato negromante Romano Prodi, l'ultimo mastodonte democristiano, una creatura preistorica sopravvissuta al meteorite e financo al diluvio universale. Torniamo alla sinistra fama della nota famigghia.
Li conosciamo bene i giochetti dei collaboratori di giustizia, pappagalli delle procure a tutti gli effetti usi a imbastire storielle stravaganti a beneficio di inquirenti specialisti nel cucire teoremi sballati fondati su ricostruzioni lunari. Funziona così (si scherza eh):

1) Il pentito Erasmo Patanè confida: nel corso del matrimonio della zia di Provenzano, Rosario Caccamo, capodecina di Misilmeri, praticò un clistere all'onorevole Andreotti.

2) Il superpentito Totò Impiccicuto accusa: durante la festa di santa Rosalia del 1980, Bruno Contrada palpeggiò Incatenata e Martoriata, le sorelle nubili di Pippo Sucato, uomo d'onore di Partanna.
3) Il killer delle carceri napoletano Nettuno Pesce Spada rivela: Berlusconi? Mangiò mostaccioli e cantò insieme a Cutolo, l'ottavo nano camorrista.


A causa di una selettività odiosa e strumentale, nessuno si prende il pensiero di propalare le altre “dicerie” degli stessi pentiti sul conto del presidentissimo, anzi molti garantisti e paladini della Costituzione a giorni alterni accorrono in suo soccorso. Quando toccano i pezzi da novanta nessuno prende per oro colato le rivelazioni dei calunniatori di giustizia, si tende a minimizzare, si invoca quella zona grigia che non valeva e non vale mai quando gli accusati si chiamano Andreotti, Contrada (col mestiere che svolgeva doveva giocoforza stare a contatto con i criminali) e Berlusconi. Rimane quasi ignoto quanto affermò, sempre in sede di "Processo Andreotti" su Piersanti Mattarella, il pentito di mafia Francesco Marino Mannoia, ritenuto attendibile dalla magistratura, e molto noto e citato per aver dichiarato che Giulio Andreotti incontrò per due volte, prima e dopo l'omicidio di Piersanti Mattarella, alcuni boss mafiosi. Dichiara Mannoia: "Piersanti Mattarella non lesinava favori a Bontade, a Riina, a [Ignazio e Nino] Salvo e ad altri esponenti di Cosa Nostra, poi ha manifestato l'intenzione di troncare questi rapporti. Era legato a Nicoletti, il quale a sua volta era strettamente legato ai [cugini] Salvo e a Lima. Bontade mi disse che Nicoletti gli aveva riferito che Mattarella non voleva più saperne di Cosa Nostra".
La Commissione decise quindi all'unanimità di eliminarlo. Altro che beato anti-mafia, siamo in presenza di un altro John Lennon fatto fuori da un fan impazzito, per dirla col settimanale satirico
Cuore. Piersanti annaspava faticosamente per non annegare nella melma di Cosa Nostra; il suo fu un disperato e tragico tentativo di sfuggire al brago montante che rischiava di sommergere sé stesso e i propri cari. Una storia di mancata redenzione spacciata per esemplare martirio civico. Dopo la tragica fine del fratello maggiore, entra sulla scena pubblica Sergio, allora 39enne professore associato di diritto all'Università di Palermo e fino a quel momento disinteressato all'attività politica. Diventerà un fedele picciotto della cosca atlantica e atlantidea. Ma questa è un'altra storia.

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Oh io non ti piacerò più ma con te perdo la mia burberità, burberaggine, burbità, insomma qualunque cosa io perda, mi sono schiantato dalle risate dalla prima all'ultima lettera. E nce posso fa gnente se scrivi roba che vorrei scrivere io.
 
Fra il serio e il faceto, ecco cose che chiunque abbia un cervello pensa e nessuno dice apertamente per non finire sotto processo causa lesa maestà (le leggi della Repubblica più bella del mondo prevedono questo). Mio padre, che se ne frega, dice che il PierSanto è morto solo perchè parte della cosca perdente.
 

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