Frigoriferi manomessi a distanza da enigmatici e inafferrabili hacker raggiungono i 50 °C e mandano in rovina miliardi di euro di merci in alcuni supermercati italiani ed europei. Ormai, in un mondo così interconnesso e controllato da remoto, in cui ogni cosa va a scatafascio senza che neanche si sappia la causa, chiedersi chi si nasconda dietro tali incursioni è divenuto un esercizio futile e penoso. Sbigottite, le vittime di questi episodi di cyberterrorismo invocano risposte, vorrebbero conoscere l'identità degli autori. Ma l'invocazione rimane un appello inesaudito, un mortificante predicare nel deserto. È così che veniamo contagiati dall'isteria, avvelenati dal sospetto, sfiancati dall'incertezza, senza cavare un ragno dal buco. Ai cortocircuiti elettrici si sommano quelli logici. Ho la sensazione che la frattura nell'opinione pubblica sia troppo profonda per essere ricomposta. E quando le cose stanno così, vengono a mancare la maturità e la disposizione d'animo necessarie non solo per accogliere serenamente la famosa verità, ma financo per cominciare a cercarla sul serio. La polarizzazione della nostra società, sempre più convulsa e paranoide, è talmente estrema che qualsiasi conclusione, quand'anche vera o verosimile, verrebbe subito rigettata come falsa o tendenziosa dalle innumerevoli fazioni e consorterie: «Ha stato Bruxelles, serva di Davos!» «No, ha stato Putin!» «Macché! Ha stato il Mossad!» Ciascuno consulta l'oracolo interiore plasmando la propria certezza di comodo, individuale o tribale. Una certezza assoluta, naturalmente preconfezionata.
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